A volte ritornano: Berlin di nuovo sulla scena

11 Gennaio 2007

Avrebbe potuto registrare “Transformer 2-transformer 3″ e altre versioni di “Walk on the wild side”. Ma invece decise di compiere l’atto più coraggioso, mai visto nella storia del pop. Creò un’opera che scava a fondo nell’anima dell’artista, più di ogni lavoro pubblicato sulla scena americana negli ultimi 50 anni.

Bob Ezrin, produttore di Berlin

Era il 1973 quando Lou Reed dopo i fasti del miticoTrasformer pubblicò un album considerato ancora dalla maggior parte dei critici musicali il concept-album più intensamente profondo e psicoanalitico nella storia del rock. Perla nascosta nella discografia di Lou Reed, Berlin consacra Reed come l’autore più geniale e innovativo di quegli anni. Berlin per i più continua però ad essere famoso per il suo profondo spirito degradante e realista tanto che molti lo ricordano come “l’album più pessimista e deprimente” della storia rock.

Eppure questa è la conferma, semmai, dell’originalità e della genialità di questo disco: Umberto Eco, nelle sue analisi testuali, sostiene che la vera opera d’arte non è mai consolatoria, ma sempre problematica. Berlin è problemicità al cubo, nei testi e nella musica, un unicum tanto bello quanto triste nella sua radicalità pessimista.

Una città, così lontana dalla New York reediana simbolo dei fasti di Trasformer: Berlino: presa a simbolo come la città del degrado e della divisione con sottili riferimenti a Brecht. E su questo sfondo prende fuoco una storia d’amore sadomasochista, tristemente nichilista, realisticamente senza speranza, commovente senza con questo scadere mai nel patetico. Una coppia, Jim e Caroline, una coppia di tossici americani trapiantati a Berlino, dove conducono una vita misera e degradata che, inevitabilmente, sfocerà nella tragedia.

Tracce meravigliose dalla prima all’ultima (io impazzisco per la seconda parte di quel capolavoro che è Caroline says) e che partendo dalla prima (Berlin, appunto, con uno straordinario accompagnamento musicale del solo pianoforte che rende, se possibile ancora più palpabile, un tono greve di acuta malinconia) attraversano il fascino decadente della Berlino raccontata da Reed e fanno vivere, a chi ascolta la disastrosa storia d’amore fra Jim e Caroline, delle vere e proprie fantasie di degrado: in una sorta di Icoinvolgimento è totale senza volerlo, Berlin ci costringe ad essere Jim, a essere Caroline, a essere Lou; i suoi drammi, le sue paure, le sue fragilità, le sue bassezze, le sue meschinità, le sue incertezze sono le nostre, e ci costringe a scavare nelle nostre coscienze, effettuando a nostra volta una autoanalisi spietata, perché in fondo ognuno di noi potrebbe essere, umanamente, come uno dei protagonisti. “Berlin”, appunto, “Lady day” e ancora “Caroline says pt.1″ danno l’idea del sogno, della quasi gioia, ma già circondata da un’atmosfera macabra. Che esplode in un continuo crescendo da “How do you think it feels” passando per “The Kids” e “The Bed” fino al riepilogo di tutto l’album rappresentato dalla fantastica e maestosa “Sad song”. Liriche degne del miglior poeta maledetto del ‘900 e arrangiamenti che interagiscono magistralmente con le liriche stesse. Tutto questo ci fa dire come questo alubm rappresenti davvero il capolavoro assoluto (tra i tanti ) dell’autore newyorkese, e come merita un posto tra i più grandi dischi del ‘900, in un angolo tutto suo, che non è mai stato esplorato così in profondità da nessun’altra opera rock.

Accompagno volentieri questa recensione alla notizia che Berlin, 30 anni dopo la sua nascita, farà il suo ritorno sulle scene. Anzi lo ha già fatto: infatti a trentatre anni dalla pubblicazione lo scorso dicembre è andata in scena a New York la prima di “Berlin”, in cui Lou Reed ha portato dal vivo per la prima volta le canzoni di questo incredibile album. Per chi ha voglia di scaricarsi gli mp3 della prima di Berlin può farlo qui. Per chi invece vuole davvero passare una serata di vera musica da opera d’arte, non può mancare il 28 febbrario prossimo a Roma quando Berlin farà capolino anche in Italia.

Autore: Lou Reed
Titolo: Berlin
Anno: 1973
Genere: Rock
Etichetta: Rca
Voto: 10/10

Tracklist
1. Berlin
2. Lady Day
3. Man Of Good Fortune
4. Caroline Says I
5. How Do You Think It Feels
6. Oh Jim
7. Caroline Says II
8. Kids
9. Bed
10. Sad Song


La Femme Fatale fa incazzare Dylan e Reed

15 Dicembre 2006

Ve la ricordate la canzone dei Velvet Undergound nell’omonimo del 1969?

Here she comes
you’d better watch your step
She’s going to break your heart in two
it’s true
It’s not hard to realise
just look into her false colored eyes
She’ll build you up to just put you down
what a clown
‘Cause everybody knows
(she’s a femme fatale)
the things she does to please
(she’s a femme fatale)
She’s just a little tease
(she’s a femme fatale)
See the way she walks
hear the way she talks

Era dedicata alla musa di Andy Warhol, tale Edie Sedgwick, una modella/ereditiera arrivata nella Grande Mela per dare una scossa alla sua vita per poi finire morta di un’overdose di barbiturici e alcol nel 1971. Su di lei George Hickenlooper ha girato un film “Factory girl“, che ne racconta l’ascesa e la caduta.
La notizia sono le reazioni di due tra i più importanti ‘pezzi grossi’ del periodo newyorkese degli anni 60/70 a cui il film non piace proprio.
Il corsera riporta l’incazzatura di Bob Dylan: che se la prende con un pò tutta la produzione del film, minacciando una bella denuncia generale se il lungometraggio verrà distribuito. Il motivo? Secondo i legali di Dylan, supportati da alcuni soci di Warhol, nel film ci sarebbe un grossolano errore storico: Edie Sedgwick era follemente innamorata di Bob del quale parla in alcuni nastri, ma si tratterebbe di un altro poeta e musicista, Bob Neuwirth. Invece nel film Dylan aiuterebbe Edie a uscire dalla Factory dove era diventata la compagna di chiunque fosse in possesso di droghe, ma in realtà i due si sarebbero incontrati solo tre volte prima della tragica fine dell’attrice e modella.
Quello che il Corsera non riporta è l’incazzatura ancora più violenta di Lou Reed sul film, Lou Reed che come sappiamo, era di casa nella Factory di Warhol e autore di Femme Fatale di cui sopra:

“E’ una delle cose più disgustose e brutte che abbia mai visto. E’ scritta da un ritardato analfabeta.Non c’è limite a quanto in basso puoi andare solo per guadagnare dei soldi.”

Factory girl sembra insomma essere deligittimato prima ancora della sua uscita ufficiale. Non è la prima volta che accade. Già Velvet Goldmine, film sugli sfrenati anni glam in inghilterra, fu snobbato da sir Davivd Bowie che non concesse mai i diritti delle sue canzoni per la colonna sonora. E come non dimenticare il buco nell’acqua di Oliver Stone con The Doors disconosciuto dai più grandi fans del gruppo e considerato dai molti “un’operazione infame” dove Jim Morrison veniva dipinto come un ubriacone drogato diventato famoso solo per la sua morte?
Ancora una volta la ricostruzione storica di una vicenda artistica trova nel presente le sue diatribe. Vedremo come andrà a finire stavolta e se Factory Girl vedrà davvero la luce o verrà sepolto dalle polemiche.