Aboliamo la parola “antiamericanismo”!

17 Gennaio 2007

Vorrei solo dire a chi, in queste ore mi accusa di antiamericansimo, che io amo l’America.
Amo l’America della Costituzione che, unica al mondo, previde il “diritto alla felicità” (e che lo stesso Ho Chi Minh citò al momento di dichiarare l’indipendenza del Vietnam).
Amo America degli IWW e di Joe Hill, quella del movimento operaio più radicale e inventivo d’Occidente.
Amo l’America dei reportages di John Reed, della “lost generation”, di Henry Miller, di Hemingway e del Battaglione Lincoln a fianco della Repubblica spagnola contro Franco
Amo l’America cantata da Walt Whitman e di Dylan Thomas, miti di libertà che hanno ispirato milioni di anime ribelli.
Amo l’America dei DeadKennedys (non dei fratelli uccisi), di Tom Waits e dei Velvet Underegound.
Amo l’America del movimento per i diritti civili e dei Freedom Riders, del Free Speech Movement di Berkeley, di Malcolm X, delle Black Panthers, dell’American Indian Movement, di Leonard Peltier e Mumia Abu Jamal condannati a morte.
Amo l’America della solidarietà, l’America di Justice For Janitors, l’America che anni fa si manifestò a Seattle, l’America della controinchiesta sul caso McMartin.
Amo l’America visionaria di Philip Dick e di David Lynch.

Amo questa tipo America e non ci sto a farmi accusare di antiamericanismo solo sono contro il progetto dell’allargamento della base NATO di Vicenza.

Credo che  “antiamericanismo” sia una parola da cancellare. Fu il senatore Joe McCarthy durante il maccartismo a forgiare questa parola. E’ stato colui che messo in carcere più comunisti americani nella storia di quel paese. Quindi la parola antiamericanismo dovrebbe rimanere patrimonio totalmente di questo famoso senatore (anti)americano.

E poi come si può raggruppare in una cultura monolite una cultura che per essenza è moltitudinaria, diversa e stratificata? “Il cielo dell’America sono mille cieli sopra un continente.” Anche per questo dirsi americanisti o antiamericanisti è un’idiozia. Come si vede tutti siamo impregnati di cultura americana. Occorre pero’ discernere di quale cultura e di quale America si tratti.

O in altri termini: l’identità americana è stata veramente stabilita una volta per tutte? E il mondo dovrà quindi adattarsi a convivere con l’immensa potenza militare di un blocco monolitico che ha dispiegato le sue truppe in decine di paesi e bombarda a destra e a manca chiunque non si pieghi al suo volere, con il pieno assenso di “tutti gli americani”?

Eppure l’America è un paese percorso da conflitti, ove la contestazione è molto più vivace di quanto generalmente si creda. Un paese che sta vivendo una grave crisi d’identità. Avrà anche vinto la guerra fredda, come oggi ci si compiace di dire, ma le conseguenze di questa vittoria sul piano interno sono tutt’altro che univoche. E la lotta non è finita.

Limitandosi a concentrare l’attenzione sul potere centrale, politico e militare si perde di vista una dialettica interna tuttora in atto, e ben lontana dall’essere risolta.

Ogni cultura – e in particolar modo quella americana, che è essenzialmente una cultura di immigrati – è formata da numerose componenti che si accavallano e si sovrappongono in vari modi.Sul nucleo originale dei Padri Pellegrini rivoltatisi alla corona britannica si inserirono poi nuclei via via piu’ consistenti di polacchi, tedeschi, italiani, ebrei da paesi centro-europei, irlandesi e, oggi, ispanici.
E forse, una delle conseguenze “collaterali” della globalizzazione è il sorgere di comunità transnazionali, che si mobilitano su tematiche di carattere globale – come nel caso dei movimenti impegnati per i diritti umani, per la liberazione della donna o contro la guerra.

Gli Stati uniti non sono affatto isolati da tutto questo. L’importante è saper vedere al di là delle apparenze, e non lasciarsi scoraggiare da una superficie apparentemente compatta, per collegarsi alle varie correnti del dissenso su temi che interessano tanta parte dell’umanità su questo pianeta. Da questo diverso modo di guardare all’America possono sorgere motivi di speranza e d’incoraggiamento anche per un pacifista come il sottoscritto.

Se l’America è così complessa, se è tutto e niente, se non si può analizzare come un monolite propongo di abolire le parole americanismo e antiamericansimo perchè non si può pretendere di dare una valutazione arbitraria sull’america stabilendo a tavolino cosa sia americanista o antiamericanista. E’ come se dicessi da straniero che sono italianista… che vuole dire che mi piace la pizza e suono il mandolino?
Il pensiero unico americano non esiste proprio perchè quello americano è un pensiero molteplice e in continuo movimento e ci si può scovare dentro persone come Rumsfield oppure come Chomsky, come Bush, oppure come Vidal. Ci si può trovare o il diritto alla felicità contenuto nella prima stesura della costituzione oppure ci si può trovare la pena di morte, il darwinismo sociale e i lager di guantanamo.. Ognuno ha la sua america, ognuno critica l’America che gli sembra peggiore, ma nessuno può avere il monopolio arbitrario sul suo pensiero e sulla sua cultura.


Sull’indulto vince l’antipolitica. Anche a sinistra

14 Gennaio 2007

E’ questo il risulato del sondaggio realizzato da Eurispes e contenuto nel «Rapporto Italia 2007». Pubblicato dai maggior quotidiani, fra quale Il Giornale, che nel suo articolo evidenzia come:

“L’indulto non è piaciuto neanche agli elettori di centrosinistra. Il 69,5% degli intervistati che si considera di «centro» è contrario a questo sconto della pena. Ma lo è anche il 62,1% degli elettori di centrosinistra e il 58,2% di quelli di sinistra.”

Insomma, vince il partito della galera contro quello del garantismo. E se questo possa sembrare scontato per la maggioranza degli italiani (2 su 3) è innegabile che stoni se il contesto è quello degli italiani di sinistra. Eppure se leggiamo con attenzione le dinamiche avvenute “a sinistra” durante l’approvazione dell’indulto nello scorso luglio, possiamo anche capire questo dato. Scriveva un editoriale del Riformista tempo fa:

“Non mi era mai capitato, in tanti anni, di assistere, in una festa dell’Unità, a uno spettacolo come quello di cui sono stato testimone, giovedì scorso, a Roma. Di qua il segretario del partito, Piero Fassino, impegnato a difendere a spada tratta il compromesso raggiunto sull’indulto, di là buona parte della platea che non si accontentava affatto delle sue spiegazioni, e anzi continuava imperterrita a polemizzare e a contestarlo. Niente di drammatico, e nemmeno di clamoroso, per carità: sono cose che capitano, la democrazia, fortunatamente, è fatta (anche) così. Ma qualcosa su cui riflettere sicuramente sì: anche perché giurerei che, se invece di indulto si fosse parlato, di pensioni, o di salari, e Fassino avesse fatto suo il linguaggio dei sacrifici più duri, le proteste degli astanti sarebbero state assai meno esagitate. Così, mentre il segretario e un bel pezzo della sua base continuavano a dirsene di tutti i colori, mi è venuto da chiedermi chi fossero i contestatori, da quale storia venissero, che idea di sinistra si portassero nel cuore.”

Provo a rispondere io alla domanda retorica dell’editorialista: nella maggior parte della base di sinistra in Italia ha vinto l’idea dell’antipolitica, del girotondismo, del partito della galera a tutti costi. E mentre un tempo a sinistra dominava il garantismo e personaggi come Pertini (che arrivava fino a elogiare i galeotti stessi: “non disprezzate i galeotti, perché tra loro c’è sicuramente qualcuno migliore di voi“), nel cuore oggi portano il moralismo giustizialista di personaggi Travaglio, come d’Arcais e altri che come loro hanno cavalcato l’idea della giustizia come monolite da scagliare contro Berlusconi e soci.

Eppure c’era la speranza che con l’uscita di scena del “comune” nemico berlusconiano, l’equivoco giustizialista si sciogliesse come neve al sole, ma la sarabanda travaglista contro la clemenza, il risveglio di un isterogiacobinismo sopito che, più reattivo di un cane pavloviano, si è messo immediatamente a strepitare contro ogni ipotesi di compromesso (ben sapendo che senza compromessi non ci sarebbe stato alcun indulto) lo hanno rilanciato su televisioni e giornali, lasciando credere persino ai lettori dell’”Unità” che il vero scandalo, il vero imbarazzo, fosse quello di marciare sotto le insegne di Mastella, e con i voti di Forza Italia, verso un provvedimento di clemenza che, assieme ai poveri Cristi stipati come mandrie sudate nelle sovraffollate carceri italiane, procurava sconti di pena anche a tangentisti, furbetti ed affini. Il vero scandalo, invece, è che a sinistra un “partito della galera” esista e non si senta minimamente imbarazzato dal manifestare contro l’indulto spalla a spalla con i lepenisti italiani organizzati sotto i gonfaloni del Carroccio. Il vero scandalo è che qualche bello spirito – sempre a sinistra – abbia potuto proporre, e senza ironia, il “rilancio dell’edilizia carceraria”, magari griffata da grandi architetti (sic!) come alternativa a un provvedimento di clemenza che avrebbe alleviato immediatamente la sofferenza della condizione carceraria, fingendo cinicamente di ignorare che il tempo dei progetti sfugge ai detenuti, mentre quello del dolore insiste giorno per giorno, ora per ora.

Seminando tutto questo, non ci può meravigliare che oggi la maggioranza di sinistra abbia perso, di fatto, la concezione garantista della sinistra stessa e abbia acquistato al suo posto una concezione della giustizia travaglista, frutto di una lunga, coerente storia univocamente improntata all’antipolitica e al tintinnar di manette; una lunga coerente storia approdata a sinistra solo in odio al berlusconismo (e oggi continua in una sorta di antiberlusconismo senza Berlusconi che diventa perciò un berlusconismo stesso) ma che di sinistra nel suo codice genetico non aveva (e continua a non avere) neanche una molecola.


Ustica: sono stati i Gremlins?

10 Gennaio 2007

Oggi è arrivata la sentenza di cassazione sui generali dall’aereonautica processati per la strage di Ustica: tutti assolti. Ottantuno (81) morti ancora senza nessun colpevole. Dopo la caldaia esplosa nella banca dell’agricotura a Piazza Fontana e spacciata dai comunisti nostrani come una “strage di stato”, finalmente anche su Ustica le menzogne della sinistra trovano oggi la loro smentita. Nessun missile, nessuna bomba. Possiamo quindi presumere che il Dc9 è esploso per ragioni diverse da quelle propagandate dai bolscevichi italiani. Si apre così un’alternativa nelle indagini da molti sempre sottovalutata che già in queste ore è al vaglio dell’avvocato Taormina: la “pista gremlins”. Questi sono dei nanetti pelosi che sono soliti infestare gli aerei provocando guasti e dispetti e bevendone il carburante. Quindi fatemi il piacere, non fate i soliti antiamericani dell’ultim’ora: ma quale missile USA sul DC9! Cercate di avere un pò di buon senso: lo sanno tutti che se un aereo non funziona è perchè un gremlin ci ha messo lo zampino. Probabilmente con il DC9 hanno esagerato. E pensare che per colpa loro dei generali innocenti hanno rischiato la galera. Mostricciattoli bastardi.


Kill Saddam:aggiungi un posto sulla forca che c’è un martire in più

30 Dicembre 2006

Sono le 4:06 di sabato mattina. Fra due ore probabilmente il corpo senza vita di Saddam Hussein pendolerà già dalla forca. Così ci dicono, e, mentre leggerete questo post saranno già pronti  i coccodrilli su quello che fu Saddam Hussein dalla sua nascita fino alla sua morte.

Di Saddam vivo, personalmente, non me ne frega più di una mazza. Uno stronzo come pochi che è’ riuscito ad uccidere più comunisti lui che tutta la CIA messa assieme. E’ Saddam morto che spaventa. E non perchè penso che come in quella scena di Hot Shot 2 le sue membra spirate posano ricomporsi in una sorta di resurezzione dalle ceneri in stile terminator. Ma a spaventarmi è l’immagine del martire che ne uscirà fuori da questa esecuzione popolar-mediatica. C’è da domandarsi se davvero ce n’è era bisogno di un altro nuovo martire che darà nome all’ennessima brigata islamista che in suo onore farà esplodere quelle decine di bombe continuando a destabilizzare un paese in una perenne guerra/guerriglia civile. C’è da domandarsi quanto scomodo doveva essere per gli americani un Saddam vivo, lo stesso con cui i governanti a stelle e striscie fecero affari per armare l’Iraq contro l’Iran, decenni fa. C’è da domandarsi come un paese – che si autoproclama nella sua ricostruzione come una “nuova democrazia nascente” – possa fare ricorso a simili riti medioevali come la pena capitale per impiccagione, eseguendo di fatto leggi scritte nel dna dei carnefici stessi che si vorrebbero punire. C’è da domandarsi, infine, quando verrà la forca per i responsabili dei milioni di morti della guerra “preventiva”. Ma forse questo è troppo. Si, troppe domande in una notte sola. E’ come non averne nessuna. Ma la paura, quella si, rimane. Nessun comico. Nessun guerriero. Ora come ora mi sento solo spaventato.

Nella foto: e nemmeno la memorabile parodia saddamita di South Park mi tira su di morale.


Welby è morto, evviva Welby

24 Dicembre 2006

Se ne è andato dolcemente sulle note di una cazone di Bob Dylan: sedato e staccato dalla macchina che lo teneva in vita, forse “bussando alle porte del paradiso“. E chissà che qualcuno non gli abbia davvero aperto. Una dipartita lieve e leggera, una morte umanitaria, mi verrebbe da dire; un’addio che per quanto indolore quasi fa invidia a molti (a me di certo). Ma dall’altra parte della barricata la tempesta non si placa. La politica si spacca e ritrova la trincea su questo tema discutissimo quale l’eutanasia. Il ceto politico, sconvolto, forse cogliera finalmente l’occasione per proporre una legge in materia degna di un paese civile. Ma non prima di rimescolarsi in mille rivoli di polemiche: non è solo morto Welby la ma la tregua mai dichiarata fra laici e cattolici. Si ritorna in trincea insomma, e chissà quante gatte da pelare per chi vuole costruire il “grande partito democratico” fondendo culture così distanti dal punto come quella laica e cattolica. Se Welby sconvolge la politica stesso accade per la Chiesa stessa, che gli nega di fatto il funerale religioso. Caso eclatante ma non isolato: dall’altra parte la dottrina cattolica parla chiaro: Giuda, diceva già Sant’Agostino, nel momento in cui si è tolto la vita, ha peccato contro Dio perfino più di quando ha tradito Gesù. Da qui la condanna dei suicidi. Ma solo un’estremo furore intragralista può portare avanti una battaglia dopo la morte stessa del contendere, della scomparsa, della vittoria di Welby. Si, Welby ha vinto ma per ripicca l’ordine ecclessiale non gli concederà nessun rito funerario religioso degno di tale nome: non se lo merita. E un segno di debolezza delle Chiesa ma nello stesso tempo un segno che la guerra è appena cominciata. Come per i Pacs anche Welby diverrà il nuovo spartiacque della società italiana destinata a dividersi e a scontrarsi. Le carte solo adesso sono mescolate e il gioco iniz


Che cos’è la destra, cos’è la sinistra?

15 Dicembre 2006

Cioè no, fermi tutti.
Spiegatemi che sta succedendo: Berlusconi che apre sui PACS (che neppure Prodi vuole davvero) e Fassino che dice no all’eutanasia e alle adozioni da parte di coppie gay.
La politica al contrario o l’etica che prende il sopravvento sull’ideologia?
A quando Pannella proibizionista e Fini contro i CPT?


Pinochet se la sta ridendo

11 Dicembre 2006

Si secondo me è così. Un gran bastardone ha tolto il disturbo e lo ha fatto cavalcando quella sorte benevola toccata ai dittatori sanguinari morti dolcemente nel loro letto di casa o d’Ospedale. Come Stalin o Franco. E ha passato 91 anni suonati senza pagare un nichelino o scontare un solo giorno di galera per i crimini (torture, le sevizie e le uccisioni) ordinate dall’alto della sua dittatura liberista ed autoritaria al soldo della CIA durata per quasi 30 anni. In più, come se non bastasse, la sua morte lascia dietro a sè l’ultima scia di violenza in Cile con scontri di piazza in un paese nuovamente diviso come ai vecchi tempi del “golpe”.

Giorni fa su Repubblica lo scrittore Luis Sepulveda, che del dittatore ha subito le torture e l’esilio, diceva di conservare una bottiglia in attesa che Augusto morisse. Ma c’è poco da brindare quando un figlio di puttana se ne va senza saldare il conto. Rimane il giudizio storico, dirà qualcuno. Ma la storia, si sa, la scrivono i vincitori. E Pinochet forse non ha vinto, ma nemmeno ha perso. Basti vedere in che modo è invece bistrattata in patria la figura dell’ex Presidente Salvator Allende, suicida nella Moneda assediata dai golpisti. La storia è così: alle volte si fa beffe della verità e delle coscienza collettiva di un intero popolo. Pinochet non mancherà alle sue vittime, ma probabilmente a loro serviva più vivo che morto. Scrisse qualche tempo fa Riccardo Orioles:

“Que viva cientos anos Pinochet, che non tiri le cuoia adesso il vecchio bastardo, che arrivi a farsi un bel po’ di galera. Brindiamo a questo, e alle ragazze e ai ragazzi che si schierarono contro di lui.”

Ma lui lo sapeva che lo volevano vivo e vegeto. E l’ha fatta franca. E adesso se la sta ridendo a crepapelle.


Sulla Ronconi e l’uso personale (e politico) della giustizia

7 Dicembre 2006

Il nuovo vespaio politico italiano verte sulla nomina – da parte del ministro per la solidarietà sociale Paolo Ferrero – di Susanna Ronconi inserita tra i 70 nomi della Consulta nazionale sulle tossicodipendenze. Chi minchia è questa Susanna Ronconi? Beh è una donna che ha diretto fino ad oggi il Centro studi e ricerche del Gruppo Abele, che ha fondato il mensile decicato alle politiche sociali Furiluogo, che è stata consulente di Asl e comuni del Nord. A dimenticavo: prima di tutto ciò Susanna Ronconi è anche un’ex brigatista rossa ed è stata condannata a 12 anni per l’omicidio, a Padova, di due militanti del vecchio Msi. E non basta che, come da link, la Ronconi si presenti come esperta di tossicodipendenze e preparatissima sul tema: perchè in Italia  gli ex-terroristi che dopo aver scontato la pena  hanno un contratto di consulenza con un ente pubblico devono essere necessariamente dei martiri. Infatti come era naturale aspettarsi da destra (ma anche da sinistra) si sono levate le spade forcaiole: “dagli alla terrorista istituzionalizzata”. Fin qui niente di male, è il marcio della politica italiana, baby. Ma oggi la Nazione pubblica una lettera di una madre di un defunto poliziotto della scorta di Aldo Moro ucciso durante il famoso rapimento. La madre usa toni lapidari “mi fate schifo” et simila, gettando altra benzina sul fuoco.
Una cosa simile era già accaduta con Sergio D’Elia e Silvia Baraldini. Ma stavolta si sta creando sempre di più quell’atmosfera di “giustizia personale” che mal si sposa con la “giustizia sostanziale“. La prima è una creatura della morale più che dell’etica, la seconda è la giusta conseguenza in un paese di diritto. La prima è il rancore irrazionale verso un’oppositore politico che oltretutto “non si è pentito” (come la Ronconi) e non ha fatto opera di pubblica ammenda; la seconda è la semplice presa d’atto che la suddetta persona ha scontato gli anni di galera che doveva scontare, ha pagato il suo debito saldandolo perfino con i parenti delle vittime (rappresentate nella parte civile del processo) e adesso ha il diritto di ricostruirsi la propria vita come meglio crede. Proprio sulla categoria del “pentitismo” mi vorrei soffermare: il vero crimine della Ronconi evocato e aborrito dalla giustizia personale di cui molti si fanno carico non è tanto l’assassinio di questo o quel povero cristo, ma – da come si può evincere dagli interventi forcaioli – è il rifiuto di passare sotto la gogna della delazione. E davvero incredibile come l’istituto dell’infamia, invece di essere sotterraneamente usato e rapidamente abbandonato o comunque celato è diventata un’insegna di cui vantarsi e da esibire orgogliosamente in nome della propria aderenza alla parte “sana” della nazione. Così facendo si diventa “parenti dei parenti” delle vittime, e c’è poco da fare: dal barino sotto casa fino alla più alta carica di partito ci si scandalizza per questa nomina, ci si fa carico di una “giusitizia personale” che non ci appartiene affatto ma ce ne appropiamo perchè è comodo, politicamente corretto e perfino buonista. Il buon Luca Sofri scrisse qualcosa di simile sul caso di Cesare Battisti, sulle reazioni della società (mediatica e non) italiana e sull’”uso personale della giustizia“:

In Italia non si può discutere di ciò che riguardi un assassino o che riguardi qualisasi tema di una qualche gravità senza sentirsi obbligati a un atteggiamento adeguato, che non lasci dubbi di indulgenza, che bilanci formalmente ogni apertura sui principi, sul senso, sulla correttezza (capiterà anche a me, in questo articolo). Per molti, poi, quell’atteggiamento diventa prevalente sui principi, sul senso, sulla correttezza.

[...]

Qui da noi la legge e la giustizia le vogliamo applicare in base a sentimenti personali, fastidi, rancori, affinità, piuttosto che secondo logica, umanità ed efficacia. Nell’applicazione della legge non scegliamo quel che è buono per la comunità, ma gli umani sentimenti degli intervistati. Confondiamo la decisione di un tribunale con il perdono, come hanno fatto non solo Luciano Violante, ma persino Miriam Mafai e Walter Veltroni (che un giudice mandi Priebke a casa sua non ha ovviamente niente a che fare con il fatto che qualcuno lo perdoni o no, ci mancherebbe; e lo stesso per Battisti). Pretendiamo di usare nelle scelte giudiziarie e politiche la stessa disumanità sbrigativa degli assassini con cui abbiamo a che fare, e di fronte al dubbio sul dolore e la violenza di togliere un uomo alla sua famiglia e metterlo inutilmente in galera, rispondiamo rinfacciando il dolore che ha causato lui, e ci mettiamo sul suo stesso piano: mettiamo l’esecuzione della legge sullo stesso piano dell’esecuzione di un omicidio. Nemmeno il rispetto per noi stessi ci trattiene. Non intendiamo la legge come un sistema di utilità comune, ma come un corpo di emozioni e umori.

[...]

Eccolo, l’uso personale della giustizia.

Luca Sofri, Wittgenstein


Il miglior militonto: vota lo slogan più idiota

19 Novembre 2006

Dopo l’esuberante manifestazione romana per la “pace” che si è svolta nella capitale ieri e nella quale centinaia di persone hanno dato sfogo alla loro fantasia bruciando fantocci e intonando slogan, questo blog ha deciso di premiare questo sforzo di creatività e di presentare il concorso de “Il miglior militonto: vota lo slogan più idiota“. E’ tutto molto semplice: votate lo slogan più idiota fra gli otto più pronunciati ieri al corteo di Roma promosso dal Forum Palestina: l’autore dello slogan vincente verrà premiato direttamente dall’onorevole Oliviero Diliberto  con la prestigiosa coppa del “miglior militonto“. A seguire gli slogan intonati dal corteo romano di ieri e che sono in gara per questo concorso.
Che vinca il “migliore”!

1. “L’Italia dall’Iraq deve andare via, 10,100,1000 Nassiryah.”
2. “Cosa vogliamo, vogliamo tutto. Lo Stato di Israele deve essere distrutto.”
3. “Intifada vincerà, Isreaele brucerà.”
4. “Ammazzano le donne, ammazzano i bambini, sionisti assassini.”
5. “Gaza, Beirut, Bagdad: la resistenza vincerà.”
6. “L’unico tricolore da guardare è quello disteso sulle vostre bare”.
7. “Votano la guerra, parlano di pace: Bertinotti sei peggio dell’antrace”.
8. “Iraq e Vietnam oggi come ieri, americani a casa dentro i sacchi neri.”