Vorrei solo dire a chi, in queste ore mi accusa di antiamericansimo, che io amo l’America.
Amo l’America della Costituzione che, unica al mondo, previde il “diritto alla felicità” (e che lo stesso Ho Chi Minh citò al momento di dichiarare l’indipendenza del Vietnam).
Amo America degli IWW e di Joe Hill, quella del movimento operaio più radicale e inventivo d’Occidente.
Amo l’America dei reportages di John Reed, della “lost generation”, di Henry Miller, di Hemingway e del Battaglione Lincoln a fianco della Repubblica spagnola contro Franco
Amo l’America cantata da Walt Whitman e di Dylan Thomas, miti di libertà che hanno ispirato milioni di anime ribelli.
Amo l’America dei DeadKennedys (non dei fratelli uccisi), di Tom Waits e dei Velvet Underegound.
Amo l’America del movimento per i diritti civili e dei Freedom Riders, del Free Speech Movement di Berkeley, di Malcolm X, delle Black Panthers, dell’American Indian Movement, di Leonard Peltier e Mumia Abu Jamal condannati a morte.
Amo l’America della solidarietà, l’America di Justice For Janitors, l’America che anni fa si manifestò a Seattle, l’America della controinchiesta sul caso McMartin.
Amo l’America visionaria di Philip Dick e di David Lynch.
Amo questa tipo America e non ci sto a farmi accusare di antiamericanismo solo sono contro il progetto dell’allargamento della base NATO di Vicenza.
Credo che “antiamericanismo” sia una parola da cancellare. Fu il senatore Joe McCarthy durante il maccartismo a forgiare questa parola. E’ stato colui che messo in carcere più comunisti americani nella storia di quel paese. Quindi la parola antiamericanismo dovrebbe rimanere patrimonio totalmente di questo famoso senatore (anti)americano.
E poi come si può raggruppare in una cultura monolite una cultura che per essenza è moltitudinaria, diversa e stratificata? “Il cielo dell’America sono mille cieli sopra un continente.” Anche per questo dirsi americanisti o antiamericanisti è un’idiozia. Come si vede tutti siamo impregnati di cultura americana. Occorre pero’ discernere di quale cultura e di quale America si tratti.
O in altri termini: l’identità americana è stata veramente stabilita una volta per tutte? E il mondo dovrà quindi adattarsi a convivere con l’immensa potenza militare di un blocco monolitico che ha dispiegato le sue truppe in decine di paesi e bombarda a destra e a manca chiunque non si pieghi al suo volere, con il pieno assenso di “tutti gli americani”?
Eppure l’America è un paese percorso da conflitti, ove la contestazione è molto più vivace di quanto generalmente si creda. Un paese che sta vivendo una grave crisi d’identità. Avrà anche vinto la guerra fredda, come oggi ci si compiace di dire, ma le conseguenze di questa vittoria sul piano interno sono tutt’altro che univoche. E la lotta non è finita.
Limitandosi a concentrare l’attenzione sul potere centrale, politico e militare si perde di vista una dialettica interna tuttora in atto, e ben lontana dall’essere risolta.
Ogni cultura – e in particolar modo quella americana, che è essenzialmente una cultura di immigrati – è formata da numerose componenti che si accavallano e si sovrappongono in vari modi.Sul nucleo originale dei Padri Pellegrini rivoltatisi alla corona britannica si inserirono poi nuclei via via piu’ consistenti di polacchi, tedeschi, italiani, ebrei da paesi centro-europei, irlandesi e, oggi, ispanici.
E forse, una delle conseguenze “collaterali” della globalizzazione è il sorgere di comunità transnazionali, che si mobilitano su tematiche di carattere globale – come nel caso dei movimenti impegnati per i diritti umani, per la liberazione della donna o contro la guerra.
Gli Stati uniti non sono affatto isolati da tutto questo. L’importante è saper vedere al di là delle apparenze, e non lasciarsi scoraggiare da una superficie apparentemente compatta, per collegarsi alle varie correnti del dissenso su temi che interessano tanta parte dell’umanità su questo pianeta. Da questo diverso modo di guardare all’America possono sorgere motivi di speranza e d’incoraggiamento anche per un pacifista come il sottoscritto.
Se l’America è così complessa, se è tutto e niente, se non si può analizzare come un monolite propongo di abolire le parole americanismo e antiamericansimo perchè non si può pretendere di dare una valutazione arbitraria sull’america stabilendo a tavolino cosa sia americanista o antiamericanista. E’ come se dicessi da straniero che sono italianista… che vuole dire che mi piace la pizza e suono il mandolino?
Il pensiero unico americano non esiste proprio perchè quello americano è un pensiero molteplice e in continuo movimento e ci si può scovare dentro persone come Rumsfield oppure come Chomsky, come Bush, oppure come Vidal. Ci si può trovare o il diritto alla felicità contenuto nella prima stesura della costituzione oppure ci si può trovare la pena di morte, il darwinismo sociale e i lager di guantanamo.. Ognuno ha la sua america, ognuno critica l’America che gli sembra peggiore, ma nessuno può avere il monopolio arbitrario sul suo pensiero e sulla sua cultura.
Pubblicato da Daniele 
Provo a rispondere io alla domanda retorica dell’editorialista: nella maggior parte della base di sinistra in Italia ha vinto l’idea dell’antipolitica, del girotondismo, del partito della galera a tutti costi. E mentre un tempo a sinistra dominava il garantismo e personaggi come Pertini (che arrivava fino a elogiare i galeotti stessi: “non disprezzate i galeotti, perché tra loro c’è sicuramente qualcuno migliore di voi“), nel cuore oggi portano il moralismo giustizialista di personaggi Travaglio, come d’Arcais e altri che come loro hanno cavalcato l’idea della giustizia come monolite da scagliare contro Berlusconi e soci.
Pubblicato da Daniele
Oggi è arrivata
Pubblicato da Daniele
Sono le 4:06 di sabato mattina. Fra due ore probabilmente il corpo senza vita di Saddam Hussein pendolerà già dalla forca. Così
Se ne è andato dolcemente sulle note di una cazone di Bob Dylan: sedato e staccato dalla macchina che lo teneva in vita, forse “bussando alle porte del paradiso“. E chissà che qualcuno non gli abbia davvero aperto. Una dipartita lieve e leggera, una morte umanitaria, mi verrebbe da dire; un’addio che per quanto indolore quasi fa invidia a molti (a me di certo). Ma dall’altra parte della barricata la tempesta non si placa. La politica si spacca e ritrova la trincea su questo tema discutissimo quale l’eutanasia. Il ceto politico, sconvolto, forse cogliera finalmente l’occasione per proporre una legge in materia degna di un paese civile. Ma non prima di rimescolarsi in mille rivoli di polemiche: non è solo morto Welby la ma la tregua mai dichiarata fra laici e cattolici. Si ritorna in trincea insomma, e chissà quante gatte da pelare per chi vuole costruire il “grande partito democratico” fondendo culture così distanti dal punto come quella laica e cattolica. Se Welby sconvolge la politica stesso accade per la Chiesa stessa, che gli nega di fatto il funerale religioso. Caso eclatante ma non isolato: dall’altra parte la dottrina cattolica parla chiaro: Giuda, diceva già Sant’Agostino, nel momento in cui si è tolto la vita, ha peccato contro Dio perfino più di quando ha tradito Gesù. Da qui la condanna dei suicidi. Ma solo un’estremo furore intragralista può portare avanti una battaglia dopo la morte stessa del contendere, della scomparsa, della vittoria di Welby. Si, Welby ha vinto ma per ripicca l’ordine ecclessiale non gli concederà nessun rito funerario religioso degno di tale nome: non se lo merita. E un segno di debolezza delle Chiesa ma nello stesso tempo un segno che la guerra è appena cominciata. Come per i Pacs anche Welby diverrà il nuovo spartiacque della società italiana destinata a dividersi e a scontrarsi. Le carte solo adesso sono mescolate e il gioco iniz
Cioè no, fermi tutti.
Si secondo me è così. Un gran bastardone
Il
Dopo l’esuberante