Kill Saddam:aggiungi un posto sulla forca che c’è un martire in più

30 Dicembre 2006

Sono le 4:06 di sabato mattina. Fra due ore probabilmente il corpo senza vita di Saddam Hussein pendolerà già dalla forca. Così ci dicono, e, mentre leggerete questo post saranno già pronti  i coccodrilli su quello che fu Saddam Hussein dalla sua nascita fino alla sua morte.

Di Saddam vivo, personalmente, non me ne frega più di una mazza. Uno stronzo come pochi che è’ riuscito ad uccidere più comunisti lui che tutta la CIA messa assieme. E’ Saddam morto che spaventa. E non perchè penso che come in quella scena di Hot Shot 2 le sue membra spirate posano ricomporsi in una sorta di resurezzione dalle ceneri in stile terminator. Ma a spaventarmi è l’immagine del martire che ne uscirà fuori da questa esecuzione popolar-mediatica. C’è da domandarsi se davvero ce n’è era bisogno di un altro nuovo martire che darà nome all’ennessima brigata islamista che in suo onore farà esplodere quelle decine di bombe continuando a destabilizzare un paese in una perenne guerra/guerriglia civile. C’è da domandarsi quanto scomodo doveva essere per gli americani un Saddam vivo, lo stesso con cui i governanti a stelle e striscie fecero affari per armare l’Iraq contro l’Iran, decenni fa. C’è da domandarsi come un paese – che si autoproclama nella sua ricostruzione come una “nuova democrazia nascente” – possa fare ricorso a simili riti medioevali come la pena capitale per impiccagione, eseguendo di fatto leggi scritte nel dna dei carnefici stessi che si vorrebbero punire. C’è da domandarsi, infine, quando verrà la forca per i responsabili dei milioni di morti della guerra “preventiva”. Ma forse questo è troppo. Si, troppe domande in una notte sola. E’ come non averne nessuna. Ma la paura, quella si, rimane. Nessun comico. Nessun guerriero. Ora come ora mi sento solo spaventato.

Nella foto: e nemmeno la memorabile parodia saddamita di South Park mi tira su di morale.


Welby è morto, evviva Welby

24 Dicembre 2006

Se ne è andato dolcemente sulle note di una cazone di Bob Dylan: sedato e staccato dalla macchina che lo teneva in vita, forse “bussando alle porte del paradiso“. E chissà che qualcuno non gli abbia davvero aperto. Una dipartita lieve e leggera, una morte umanitaria, mi verrebbe da dire; un’addio che per quanto indolore quasi fa invidia a molti (a me di certo). Ma dall’altra parte della barricata la tempesta non si placa. La politica si spacca e ritrova la trincea su questo tema discutissimo quale l’eutanasia. Il ceto politico, sconvolto, forse cogliera finalmente l’occasione per proporre una legge in materia degna di un paese civile. Ma non prima di rimescolarsi in mille rivoli di polemiche: non è solo morto Welby la ma la tregua mai dichiarata fra laici e cattolici. Si ritorna in trincea insomma, e chissà quante gatte da pelare per chi vuole costruire il “grande partito democratico” fondendo culture così distanti dal punto come quella laica e cattolica. Se Welby sconvolge la politica stesso accade per la Chiesa stessa, che gli nega di fatto il funerale religioso. Caso eclatante ma non isolato: dall’altra parte la dottrina cattolica parla chiaro: Giuda, diceva già Sant’Agostino, nel momento in cui si è tolto la vita, ha peccato contro Dio perfino più di quando ha tradito Gesù. Da qui la condanna dei suicidi. Ma solo un’estremo furore intragralista può portare avanti una battaglia dopo la morte stessa del contendere, della scomparsa, della vittoria di Welby. Si, Welby ha vinto ma per ripicca l’ordine ecclessiale non gli concederà nessun rito funerario religioso degno di tale nome: non se lo merita. E un segno di debolezza delle Chiesa ma nello stesso tempo un segno che la guerra è appena cominciata. Come per i Pacs anche Welby diverrà il nuovo spartiacque della società italiana destinata a dividersi e a scontrarsi. Le carte solo adesso sono mescolate e il gioco iniz


La Femme Fatale fa incazzare Dylan e Reed

15 Dicembre 2006

Ve la ricordate la canzone dei Velvet Undergound nell’omonimo del 1969?

Here she comes
you’d better watch your step
She’s going to break your heart in two
it’s true
It’s not hard to realise
just look into her false colored eyes
She’ll build you up to just put you down
what a clown
‘Cause everybody knows
(she’s a femme fatale)
the things she does to please
(she’s a femme fatale)
She’s just a little tease
(she’s a femme fatale)
See the way she walks
hear the way she talks

Era dedicata alla musa di Andy Warhol, tale Edie Sedgwick, una modella/ereditiera arrivata nella Grande Mela per dare una scossa alla sua vita per poi finire morta di un’overdose di barbiturici e alcol nel 1971. Su di lei George Hickenlooper ha girato un film “Factory girl“, che ne racconta l’ascesa e la caduta.
La notizia sono le reazioni di due tra i più importanti ‘pezzi grossi’ del periodo newyorkese degli anni 60/70 a cui il film non piace proprio.
Il corsera riporta l’incazzatura di Bob Dylan: che se la prende con un pò tutta la produzione del film, minacciando una bella denuncia generale se il lungometraggio verrà distribuito. Il motivo? Secondo i legali di Dylan, supportati da alcuni soci di Warhol, nel film ci sarebbe un grossolano errore storico: Edie Sedgwick era follemente innamorata di Bob del quale parla in alcuni nastri, ma si tratterebbe di un altro poeta e musicista, Bob Neuwirth. Invece nel film Dylan aiuterebbe Edie a uscire dalla Factory dove era diventata la compagna di chiunque fosse in possesso di droghe, ma in realtà i due si sarebbero incontrati solo tre volte prima della tragica fine dell’attrice e modella.
Quello che il Corsera non riporta è l’incazzatura ancora più violenta di Lou Reed sul film, Lou Reed che come sappiamo, era di casa nella Factory di Warhol e autore di Femme Fatale di cui sopra:

“E’ una delle cose più disgustose e brutte che abbia mai visto. E’ scritta da un ritardato analfabeta.Non c’è limite a quanto in basso puoi andare solo per guadagnare dei soldi.”

Factory girl sembra insomma essere deligittimato prima ancora della sua uscita ufficiale. Non è la prima volta che accade. Già Velvet Goldmine, film sugli sfrenati anni glam in inghilterra, fu snobbato da sir Davivd Bowie che non concesse mai i diritti delle sue canzoni per la colonna sonora. E come non dimenticare il buco nell’acqua di Oliver Stone con The Doors disconosciuto dai più grandi fans del gruppo e considerato dai molti “un’operazione infame” dove Jim Morrison veniva dipinto come un ubriacone drogato diventato famoso solo per la sua morte?
Ancora una volta la ricostruzione storica di una vicenda artistica trova nel presente le sue diatribe. Vedremo come andrà a finire stavolta e se Factory Girl vedrà davvero la luce o verrà sepolto dalle polemiche.


Mostri che scompaiono

14 Dicembre 2006

Dopo la scomparsa mediatica di quel mostro terrificante (un incrocio subumano di un tunisino, di un stragista ed di un indultato) creato ad arte dalla stampa italiota e poi smentito velocemente come “bufala”, se ne va un altro mostro, stavolta un mostro artistico, Peter Boyle, quell’attore con la faccia bonaria ed innocua che Meel Brooks trasformò in un eccezzionale e soprendente mostro (appunto) Frankestein, nel memorbile Frankestein Jr. uno dei più divertenti film mai apparsi sul grande schermo. E’ una notizia che lascia il segno. E comunque è l’unico mostro di cui probabilmente sentiremo la mancanza.

Nel video: la favolosa interpretazione di Boyle/Frankestein


Pinochet se la sta ridendo

11 Dicembre 2006

Si secondo me è così. Un gran bastardone ha tolto il disturbo e lo ha fatto cavalcando quella sorte benevola toccata ai dittatori sanguinari morti dolcemente nel loro letto di casa o d’Ospedale. Come Stalin o Franco. E ha passato 91 anni suonati senza pagare un nichelino o scontare un solo giorno di galera per i crimini (torture, le sevizie e le uccisioni) ordinate dall’alto della sua dittatura liberista ed autoritaria al soldo della CIA durata per quasi 30 anni. In più, come se non bastasse, la sua morte lascia dietro a sè l’ultima scia di violenza in Cile con scontri di piazza in un paese nuovamente diviso come ai vecchi tempi del “golpe”.

Giorni fa su Repubblica lo scrittore Luis Sepulveda, che del dittatore ha subito le torture e l’esilio, diceva di conservare una bottiglia in attesa che Augusto morisse. Ma c’è poco da brindare quando un figlio di puttana se ne va senza saldare il conto. Rimane il giudizio storico, dirà qualcuno. Ma la storia, si sa, la scrivono i vincitori. E Pinochet forse non ha vinto, ma nemmeno ha perso. Basti vedere in che modo è invece bistrattata in patria la figura dell’ex Presidente Salvator Allende, suicida nella Moneda assediata dai golpisti. La storia è così: alle volte si fa beffe della verità e delle coscienza collettiva di un intero popolo. Pinochet non mancherà alle sue vittime, ma probabilmente a loro serviva più vivo che morto. Scrisse qualche tempo fa Riccardo Orioles:

“Que viva cientos anos Pinochet, che non tiri le cuoia adesso il vecchio bastardo, che arrivi a farsi un bel po’ di galera. Brindiamo a questo, e alle ragazze e ai ragazzi che si schierarono contro di lui.”

Ma lui lo sapeva che lo volevano vivo e vegeto. E l’ha fatta franca. E adesso se la sta ridendo a crepapelle.


Sulla Ronconi e l’uso personale (e politico) della giustizia

7 Dicembre 2006

Il nuovo vespaio politico italiano verte sulla nomina – da parte del ministro per la solidarietà sociale Paolo Ferrero – di Susanna Ronconi inserita tra i 70 nomi della Consulta nazionale sulle tossicodipendenze. Chi minchia è questa Susanna Ronconi? Beh è una donna che ha diretto fino ad oggi il Centro studi e ricerche del Gruppo Abele, che ha fondato il mensile decicato alle politiche sociali Furiluogo, che è stata consulente di Asl e comuni del Nord. A dimenticavo: prima di tutto ciò Susanna Ronconi è anche un’ex brigatista rossa ed è stata condannata a 12 anni per l’omicidio, a Padova, di due militanti del vecchio Msi. E non basta che, come da link, la Ronconi si presenti come esperta di tossicodipendenze e preparatissima sul tema: perchè in Italia  gli ex-terroristi che dopo aver scontato la pena  hanno un contratto di consulenza con un ente pubblico devono essere necessariamente dei martiri. Infatti come era naturale aspettarsi da destra (ma anche da sinistra) si sono levate le spade forcaiole: “dagli alla terrorista istituzionalizzata”. Fin qui niente di male, è il marcio della politica italiana, baby. Ma oggi la Nazione pubblica una lettera di una madre di un defunto poliziotto della scorta di Aldo Moro ucciso durante il famoso rapimento. La madre usa toni lapidari “mi fate schifo” et simila, gettando altra benzina sul fuoco.
Una cosa simile era già accaduta con Sergio D’Elia e Silvia Baraldini. Ma stavolta si sta creando sempre di più quell’atmosfera di “giustizia personale” che mal si sposa con la “giustizia sostanziale“. La prima è una creatura della morale più che dell’etica, la seconda è la giusta conseguenza in un paese di diritto. La prima è il rancore irrazionale verso un’oppositore politico che oltretutto “non si è pentito” (come la Ronconi) e non ha fatto opera di pubblica ammenda; la seconda è la semplice presa d’atto che la suddetta persona ha scontato gli anni di galera che doveva scontare, ha pagato il suo debito saldandolo perfino con i parenti delle vittime (rappresentate nella parte civile del processo) e adesso ha il diritto di ricostruirsi la propria vita come meglio crede. Proprio sulla categoria del “pentitismo” mi vorrei soffermare: il vero crimine della Ronconi evocato e aborrito dalla giustizia personale di cui molti si fanno carico non è tanto l’assassinio di questo o quel povero cristo, ma – da come si può evincere dagli interventi forcaioli – è il rifiuto di passare sotto la gogna della delazione. E davvero incredibile come l’istituto dell’infamia, invece di essere sotterraneamente usato e rapidamente abbandonato o comunque celato è diventata un’insegna di cui vantarsi e da esibire orgogliosamente in nome della propria aderenza alla parte “sana” della nazione. Così facendo si diventa “parenti dei parenti” delle vittime, e c’è poco da fare: dal barino sotto casa fino alla più alta carica di partito ci si scandalizza per questa nomina, ci si fa carico di una “giusitizia personale” che non ci appartiene affatto ma ce ne appropiamo perchè è comodo, politicamente corretto e perfino buonista. Il buon Luca Sofri scrisse qualcosa di simile sul caso di Cesare Battisti, sulle reazioni della società (mediatica e non) italiana e sull’”uso personale della giustizia“:

In Italia non si può discutere di ciò che riguardi un assassino o che riguardi qualisasi tema di una qualche gravità senza sentirsi obbligati a un atteggiamento adeguato, che non lasci dubbi di indulgenza, che bilanci formalmente ogni apertura sui principi, sul senso, sulla correttezza (capiterà anche a me, in questo articolo). Per molti, poi, quell’atteggiamento diventa prevalente sui principi, sul senso, sulla correttezza.

[...]

Qui da noi la legge e la giustizia le vogliamo applicare in base a sentimenti personali, fastidi, rancori, affinità, piuttosto che secondo logica, umanità ed efficacia. Nell’applicazione della legge non scegliamo quel che è buono per la comunità, ma gli umani sentimenti degli intervistati. Confondiamo la decisione di un tribunale con il perdono, come hanno fatto non solo Luciano Violante, ma persino Miriam Mafai e Walter Veltroni (che un giudice mandi Priebke a casa sua non ha ovviamente niente a che fare con il fatto che qualcuno lo perdoni o no, ci mancherebbe; e lo stesso per Battisti). Pretendiamo di usare nelle scelte giudiziarie e politiche la stessa disumanità sbrigativa degli assassini con cui abbiamo a che fare, e di fronte al dubbio sul dolore e la violenza di togliere un uomo alla sua famiglia e metterlo inutilmente in galera, rispondiamo rinfacciando il dolore che ha causato lui, e ci mettiamo sul suo stesso piano: mettiamo l’esecuzione della legge sullo stesso piano dell’esecuzione di un omicidio. Nemmeno il rispetto per noi stessi ci trattiene. Non intendiamo la legge come un sistema di utilità comune, ma come un corpo di emozioni e umori.

[...]

Eccolo, l’uso personale della giustizia.

Luca Sofri, Wittgenstein