
“Educazione allo sport”?
19 gennaio 2007
“Luciano Moggi, il grande cattivo dello scandalo calcio, sale in cattedra, in una scuola di Agropoli, per tenere una lezione; accadrà il 9 febbraio, data in cui l’ex dirigente della Juventus, varcherà la soglia dell’Istituto Tecnico Giambattista Vico, di Agropoli, per tenere una lezione riguardante l’educazione allo sport“.
Da Denaro.it
Attendo con ansia l’assegnazione di una cattedra universitaria in Educazione Civica per Riina e Provenzano.
Scaricare non è reato. Fare un blog si.
19 gennaio 2007
Da Punto informatico due notizie, una buona e una cattiva. La buona notizia è che scaricare non è reato. O meglio, una sentenza della cassazione chiarisce i termini per i quali si può essere perseguiti per certi download e per quelli per i quali non è contestabile alcun reato. L’altra notizia riguarda gli USA ed è certamente meno gradevole nel campo dei cyberdiritti:
attesa dell’approvazione definitiva al Congresso una proposta di legge per la regolamentazione delle pratiche lobbistiche e di divulgazione di massa, che obbliga una sostanziosa fetta di blog, portali di informazione, siti non profit e attivisti politici a denunciare al Congresso l’esistenza della propria iniziativa in rete. Chi non provvedesse alla registrazione sarebbe soggetto a pene severe, inclusa la galera.
In poche parole un blog con una certa quota di utenza (circa 500 cittadini) in USA potrebbe essere “schedato”, pena il carcere. In Italia esiste una legge simile, la legge sull’editoria redatta nel 2001 e che obbliga le testate online “periodicamente aggiornate” a registrarsi all’ordine dei giornalisti, sempre che non vogliano chiudere i battenti (questa spiega il nostro disclaimer in fondo al sito.. non si sa mai). La differenza sostanziale è che negli USA il controllo sui blog “influenti” sarebbe sotto il controllo governativo e non corporativo. Altra differenza è negi USA le leggi, a differenza che in Italia, sono severamente applicate. Anche per questo la minaccia di una “misura cinese” nei confronti dei blog è temutissima dai blogger americani che in queste ore stanno denunciando questa clamorosa legge del Congresso. Chi vivrà, vedrà.
La Sacra famiglia (omicida)
18 gennaio 2007“Ne uccide più la famiglia che la mafia. Questo il risultato di una ricerca Eures-Ansa sull’omicidio volontario in Italia. Su dieci omicidi avvenuti nel 2005 nella sfera familiare, sei sono stati commessi tra le mura domestiche. Così la famiglia italiana uccide più della mafia, della criminalità organizzata straniera e di quella comune.”
Da Il Tempo, Giovedì 18 gennaio
No fermi tutti: stiamo parlando della stessa cosa? Della famiglia santificata dal Vaticano, la stessa famiglia ritenuta intoccabile e per la quale si cancella sul nascere qualsiasi pretesa di maggiore laicità e di maggiore libertà come nel caso dei Pacs? Da una parte si santifica la famiglia tradizionale fondata sul matrimonio e dall’altra siamo costretti poi ad ammettere – salvo il capro espiatorio tunisino di turno – che la famiglia è anche quella che sgozza i suoi figli o i suoi padri e le sue madri? Questa statistica va oltre la cronaca nera e parla a tutti noi di noi e del mondo in cui viviamo e sarà bene non nascondersi agli occhi questo mondo, sarà bene non scaraventarlo fuori dalle nostre scontate coordinate, sarà bene pensarci bene prima di riempirci la bocca di parole come “famiglia naturale”, “tradizione”, “valori”. Altrimenti vorrà dire che siamo pronti solo a sorbirci in TV la prossima strage familiare.
Aboliamo la parola “antiamericanismo”!
17 gennaio 2007
Vorrei solo dire a chi, in queste ore mi accusa di antiamericansimo, che io amo l’America.
Amo l’America della Costituzione che, unica al mondo, previde il “diritto alla felicità” (e che lo stesso Ho Chi Minh citò al momento di dichiarare l’indipendenza del Vietnam).
Amo America degli IWW e di Joe Hill, quella del movimento operaio più radicale e inventivo d’Occidente.
Amo l’America dei reportages di John Reed, della “lost generation”, di Henry Miller, di Hemingway e del Battaglione Lincoln a fianco della Repubblica spagnola contro Franco
Amo l’America cantata da Walt Whitman e di Dylan Thomas, miti di libertà che hanno ispirato milioni di anime ribelli.
Amo l’America dei DeadKennedys (non dei fratelli uccisi), di Tom Waits e dei Velvet Underegound.
Amo l’America del movimento per i diritti civili e dei Freedom Riders, del Free Speech Movement di Berkeley, di Malcolm X, delle Black Panthers, dell’American Indian Movement, di Leonard Peltier e Mumia Abu Jamal condannati a morte.
Amo l’America della solidarietà, l’America di Justice For Janitors, l’America che anni fa si manifestò a Seattle, l’America della controinchiesta sul caso McMartin.
Amo l’America visionaria di Philip Dick e di David Lynch.
Amo questa tipo America e non ci sto a farmi accusare di antiamericanismo solo sono contro il progetto dell’allargamento della base NATO di Vicenza.
Credo che “antiamericanismo” sia una parola da cancellare. Fu il senatore Joe McCarthy durante il maccartismo a forgiare questa parola. E’ stato colui che messo in carcere più comunisti americani nella storia di quel paese. Quindi la parola antiamericanismo dovrebbe rimanere patrimonio totalmente di questo famoso senatore (anti)americano.
E poi come si può raggruppare in una cultura monolite una cultura che per essenza è moltitudinaria, diversa e stratificata? “Il cielo dell’America sono mille cieli sopra un continente.” Anche per questo dirsi americanisti o antiamericanisti è un’idiozia. Come si vede tutti siamo impregnati di cultura americana. Occorre pero’ discernere di quale cultura e di quale America si tratti.
O in altri termini: l’identità americana è stata veramente stabilita una volta per tutte? E il mondo dovrà quindi adattarsi a convivere con l’immensa potenza militare di un blocco monolitico che ha dispiegato le sue truppe in decine di paesi e bombarda a destra e a manca chiunque non si pieghi al suo volere, con il pieno assenso di “tutti gli americani”?
Eppure l’America è un paese percorso da conflitti, ove la contestazione è molto più vivace di quanto generalmente si creda. Un paese che sta vivendo una grave crisi d’identità. Avrà anche vinto la guerra fredda, come oggi ci si compiace di dire, ma le conseguenze di questa vittoria sul piano interno sono tutt’altro che univoche. E la lotta non è finita.
Limitandosi a concentrare l’attenzione sul potere centrale, politico e militare si perde di vista una dialettica interna tuttora in atto, e ben lontana dall’essere risolta.
Ogni cultura – e in particolar modo quella americana, che è essenzialmente una cultura di immigrati – è formata da numerose componenti che si accavallano e si sovrappongono in vari modi.Sul nucleo originale dei Padri Pellegrini rivoltatisi alla corona britannica si inserirono poi nuclei via via piu’ consistenti di polacchi, tedeschi, italiani, ebrei da paesi centro-europei, irlandesi e, oggi, ispanici.
E forse, una delle conseguenze “collaterali” della globalizzazione è il sorgere di comunità transnazionali, che si mobilitano su tematiche di carattere globale – come nel caso dei movimenti impegnati per i diritti umani, per la liberazione della donna o contro la guerra.
Gli Stati uniti non sono affatto isolati da tutto questo. L’importante è saper vedere al di là delle apparenze, e non lasciarsi scoraggiare da una superficie apparentemente compatta, per collegarsi alle varie correnti del dissenso su temi che interessano tanta parte dell’umanità su questo pianeta. Da questo diverso modo di guardare all’America possono sorgere motivi di speranza e d’incoraggiamento anche per un pacifista come il sottoscritto.
Se l’America è così complessa, se è tutto e niente, se non si può analizzare come un monolite propongo di abolire le parole americanismo e antiamericansimo perchè non si può pretendere di dare una valutazione arbitraria sull’america stabilendo a tavolino cosa sia americanista o antiamericanista. E’ come se dicessi da straniero che sono italianista… che vuole dire che mi piace la pizza e suono il mandolino?
Il pensiero unico americano non esiste proprio perchè quello americano è un pensiero molteplice e in continuo movimento e ci si può scovare dentro persone come Rumsfield oppure come Chomsky, come Bush, oppure come Vidal. Ci si può trovare o il diritto alla felicità contenuto nella prima stesura della costituzione oppure ci si può trovare la pena di morte, il darwinismo sociale e i lager di guantanamo.. Ognuno ha la sua america, ognuno critica l’America che gli sembra peggiore, ma nessuno può avere il monopolio arbitrario sul suo pensiero e sulla sua cultura.
Sull’indulto vince l’antipolitica. Anche a sinistra
14 gennaio 2007E’ questo il risulato del sondaggio realizzato da Eurispes e contenuto nel «Rapporto Italia 2007». Pubblicato dai maggior quotidiani, fra quale Il Giornale, che nel suo articolo evidenzia come:
“L’indulto non è piaciuto neanche agli elettori di centrosinistra. Il 69,5% degli intervistati che si considera di «centro» è contrario a questo sconto della pena. Ma lo è anche il 62,1% degli elettori di centrosinistra e il 58,2% di quelli di sinistra.”
Insomma, vince il partito della galera contro quello del garantismo. E se questo possa sembrare scontato per la maggioranza degli italiani (2 su 3) è innegabile che stoni se il contesto è quello degli italiani di sinistra. Eppure se leggiamo con attenzione le dinamiche avvenute “a sinistra” durante l’approvazione dell’indulto nello scorso luglio, possiamo anche capire questo dato. Scriveva un editoriale del Riformista tempo fa:
“Non mi era mai capitato, in tanti anni, di assistere, in una festa dell’Unità, a uno spettacolo come quello di cui sono stato testimone, giovedì scorso, a Roma. Di qua il segretario del partito, Piero Fassino, impegnato a difendere a spada tratta il compromesso raggiunto sull’indulto, di là buona parte della platea che non si accontentava affatto delle sue spiegazioni, e anzi continuava imperterrita a polemizzare e a contestarlo. Niente di drammatico, e nemmeno di clamoroso, per carità: sono cose che capitano, la democrazia, fortunatamente, è fatta (anche) così. Ma qualcosa su cui riflettere sicuramente sì: anche perché giurerei che, se invece di indulto si fosse parlato, di pensioni, o di salari, e Fassino avesse fatto suo il linguaggio dei sacrifici più duri, le proteste degli astanti sarebbero state assai meno esagitate. Così, mentre il segretario e un bel pezzo della sua base continuavano a dirsene di tutti i colori, mi è venuto da chiedermi chi fossero i contestatori, da quale storia venissero, che idea di sinistra si portassero nel cuore.”

Provo a rispondere io alla domanda retorica dell’editorialista: nella maggior parte della base di sinistra in Italia ha vinto l’idea dell’antipolitica, del girotondismo, del partito della galera a tutti costi. E mentre un tempo a sinistra dominava il garantismo e personaggi come Pertini (che arrivava fino a elogiare i galeotti stessi: “non disprezzate i galeotti, perché tra loro c’è sicuramente qualcuno migliore di voi“), nel cuore oggi portano il moralismo giustizialista di personaggi Travaglio, come d’Arcais e altri che come loro hanno cavalcato l’idea della giustizia come monolite da scagliare contro Berlusconi e soci.
Eppure c’era la speranza che con l’uscita di scena del “comune” nemico berlusconiano, l’equivoco giustizialista si sciogliesse come neve al sole, ma la sarabanda travaglista contro la clemenza, il risveglio di un isterogiacobinismo sopito che, più reattivo di un cane pavloviano, si è messo immediatamente a strepitare contro ogni ipotesi di compromesso (ben sapendo che senza compromessi non ci sarebbe stato alcun indulto) lo hanno rilanciato su televisioni e giornali, lasciando credere persino ai lettori dell’”Unità” che il vero scandalo, il vero imbarazzo, fosse quello di marciare sotto le insegne di Mastella, e con i voti di Forza Italia, verso un provvedimento di clemenza che, assieme ai poveri Cristi stipati come mandrie sudate nelle sovraffollate carceri italiane, procurava sconti di pena anche a tangentisti, furbetti ed affini. Il vero scandalo, invece, è che a sinistra un “partito della galera” esista e non si senta minimamente imbarazzato dal manifestare contro l’indulto spalla a spalla con i lepenisti italiani organizzati sotto i gonfaloni del Carroccio. Il vero scandalo è che qualche bello spirito – sempre a sinistra – abbia potuto proporre, e senza ironia, il “rilancio dell’edilizia carceraria”, magari griffata da grandi architetti (sic!) come alternativa a un provvedimento di clemenza che avrebbe alleviato immediatamente la sofferenza della condizione carceraria, fingendo cinicamente di ignorare che il tempo dei progetti sfugge ai detenuti, mentre quello del dolore insiste giorno per giorno, ora per ora.
Seminando tutto questo, non ci può meravigliare che oggi la maggioranza di sinistra abbia perso, di fatto, la concezione garantista della sinistra stessa e abbia acquistato al suo posto una concezione della giustizia travaglista, frutto di una lunga, coerente storia univocamente improntata all’antipolitica e al tintinnar di manette; una lunga coerente storia approdata a sinistra solo in odio al berlusconismo (e oggi continua in una sorta di antiberlusconismo senza Berlusconi che diventa perciò un berlusconismo stesso) ma che di sinistra nel suo codice genetico non aveva (e continua a non avere) neanche una molecola.
Come profetizzò Orwell…
12 gennaio 2007
Manifesti governativi apparsi nella metropolitana di Londra.
A volte ritornano: Berlin di nuovo sulla scena
11 gennaio 2007“Avrebbe potuto registrare “Transformer 2-transformer 3″ e altre versioni di “Walk on the wild side”. Ma invece decise di compiere l’atto più coraggioso, mai visto nella storia del pop. Creò un’opera che scava a fondo nell’anima dell’artista, più di ogni lavoro pubblicato sulla scena americana negli ultimi 50 anni.“
Bob Ezrin, produttore di Berlin
Era il 1973 quando Lou Reed dopo i fasti del miticoTrasformer pubblicò un album considerato ancora dalla maggior parte dei critici musicali il concept-album più intensamente profondo e psicoanalitico nella storia del rock. Perla nascosta nella discografia di Lou Reed, Berlin consacra Reed come l’autore più geniale e innovativo di quegli anni. Berlin per i più continua però ad essere famoso per il suo profondo spirito degradante e realista tanto che molti lo ricordano come “l’album più pessimista e deprimente” della storia rock.
Eppure questa è la conferma, semmai, dell’originalità e della genialità di questo disco: Umberto Eco, nelle sue analisi testuali, sostiene che la vera opera d’arte non è mai consolatoria, ma sempre problematica. Berlin è problemicità al cubo, nei testi e nella musica, un unicum tanto bello quanto triste nella sua radicalità pessimista.
Una città, così lontana dalla New York reediana simbolo dei fasti di Trasformer: Berlino: presa a simbolo come la città del degrado e della divisione con sottili riferimenti a Brecht. E su questo sfondo prende fuoco una storia d’amore sadomasochista, tristemente nichilista, realisticamente senza speranza, commovente senza con questo scadere mai nel patetico. Una coppia, Jim e Caroline, una coppia di tossici americani trapiantati a Berlino, dove conducono una vita misera e degradata che, inevitabilmente, sfocerà nella tragedia.
Tracce meravigliose dalla prima all’ultima (io impazzisco per la seconda parte di quel capolavoro che è Caroline says) e che partendo dalla prima (Berlin, appunto, con uno straordinario accompagnamento musicale del solo pianoforte che rende, se possibile ancora più palpabile, un tono greve di acuta malinconia) attraversano il fascino decadente della Berlino raccontata da Reed e fanno vivere, a chi ascolta la disastrosa storia d’amore fra Jim e Caroline, delle vere e proprie fantasie di degrado: in una sorta di Icoinvolgimento è totale senza volerlo, Berlin ci costringe ad essere Jim, a essere Caroline, a essere Lou; i suoi drammi, le sue paure, le sue fragilità, le sue bassezze, le sue meschinità, le sue incertezze sono le nostre, e ci costringe a scavare nelle nostre coscienze, effettuando a nostra volta una autoanalisi spietata, perché in fondo ognuno di noi potrebbe essere, umanamente, come uno dei protagonisti. “Berlin”, appunto, “Lady day” e ancora “Caroline says pt.1″ danno l’idea del sogno, della quasi gioia, ma già circondata da un’atmosfera macabra. Che esplode in un continuo crescendo da “How do you think it feels” passando per “The Kids” e “The Bed” fino al riepilogo di tutto l’album rappresentato dalla fantastica e maestosa “Sad song”. Liriche degne del miglior poeta maledetto del ’900 e arrangiamenti che interagiscono magistralmente con le liriche stesse. Tutto questo ci fa dire come questo alubm rappresenti davvero il capolavoro assoluto (tra i tanti ) dell’autore newyorkese, e come merita un posto tra i più grandi dischi del ’900, in un angolo tutto suo, che non è mai stato esplorato così in profondità da nessun’altra opera rock.
Accompagno volentieri questa recensione alla notizia che Berlin, 30 anni dopo la sua nascita, farà il suo ritorno sulle scene. Anzi lo ha già fatto: infatti a trentatre anni dalla pubblicazione lo scorso dicembre è andata in scena a New York la prima di “Berlin”, in cui Lou Reed ha portato dal vivo per la prima volta le canzoni di questo incredibile album. Per chi ha voglia di scaricarsi gli mp3 della prima di Berlin può farlo qui. Per chi invece vuole davvero passare una serata di vera musica da opera d’arte, non può mancare il 28 febbrario prossimo a Roma quando Berlin farà capolino anche in Italia.
Autore: Lou Reed
Titolo: Berlin
Anno: 1973
Genere: Rock
Etichetta: Rca
Voto: 10/10Tracklist
1. Berlin
2. Lady Day
3. Man Of Good Fortune
4. Caroline Says I
5. How Do You Think It Feels
6. Oh Jim
7. Caroline Says II
8. Kids
9. Bed
10. Sad Song
Ustica: sono stati i Gremlins?
10 gennaio 2007
Oggi è arrivata la sentenza di cassazione sui generali dall’aereonautica processati per la strage di Ustica: tutti assolti. Ottantuno (81) morti ancora senza nessun colpevole. Dopo la caldaia esplosa nella banca dell’agricotura a Piazza Fontana e spacciata dai comunisti nostrani come una “strage di stato”, finalmente anche su Ustica le menzogne della sinistra trovano oggi la loro smentita. Nessun missile, nessuna bomba. Possiamo quindi presumere che il Dc9 è esploso per ragioni diverse da quelle propagandate dai bolscevichi italiani. Si apre così un’alternativa nelle indagini da molti sempre sottovalutata che già in queste ore è al vaglio dell’avvocato Taormina: la “pista gremlins”. Questi sono dei nanetti pelosi che sono soliti infestare gli aerei provocando guasti e dispetti e bevendone il carburante. Quindi fatemi il piacere, non fate i soliti antiamericani dell’ultim’ora: ma quale missile USA sul DC9! Cercate di avere un pò di buon senso: lo sanno tutti che se un aereo non funziona è perchè un gremlin ci ha messo lo zampino. Probabilmente con il DC9 hanno esagerato. E pensare che per colpa loro dei generali innocenti hanno rischiato la galera. Mostricciattoli bastardi.
Intervista ai miei capelli
10 gennaio 2007
“Ciao!”
“Ciao capo. Come va?”
“Bene. Senti, volevo provare a intervistare uno di voi.”
“Ok, io sono disponibile.”
“Bene, allora ti faccio alcune domande.”
“Sono pronto. Ehi, ma… no!”
“Ma dove vai?”
“Addio chioma crudeleee!“
“Accidenti.”
“Ehi, prova con me.”
“Un altro capello? OK. Intervisterò te.”
“Vai, ci sono.”
“Bene innanzitutto…”
“Ma No che sfiga! Propio adesso!”
“Cosa?”
“E’ arrivata la mia ora.”
“Quale ora?”
“L’ora della mia fine. Io ne ho visti di cose che voi umani non potreste immaginare: lozioni anticaduta al largo della fronte occipitale, e i venti caldi del phon spazzarci via come foglie al vento. E adesso tutti questi momenti andranno perduti per terra come capelli nella spazzola. E’ tempo di cadere. Addiooo!“
“Maddai. Non potete cadere tutti così.”
“Mica è colpa loro se sei un calvo di merda.”
“Ehi, e tu chi sei?”
“Un capello giovane, uno dei pochi capelli forti e resistenti rimasti sulla tua testa. Cadrò non prima di una settimana.”
“Un’aspettativa di vita piuttosto breve.”
“Tanto qui prima o poi tutti devono cadere.”
“Beh, speriamo di no.”
“Illuditi pure, Kojak.”
“Non mi sei molto simpatico. Comunque vorrei farti alcune domande.”
“Accetto. Prima però mi devi fare un favore.”
“Quale?”
“Puoi salutarmi mio cugino? Ti è cresciuto sul pube.”
“Hai un cugino fra i miei peli del pube?”
“Si. Fa una vita del cazzo.”
“Devo ridere?”
“No, dico davvero. Povero cugino.”
“Senti, non me frega niente di tuo cugino.”
“Perchè? Ti sta sul cazzo?”
“La vuoi smettere?”
“Ok.”
“Dimmi perchè voi capelli cadete.”
“Sai, è la forza di gravità.”
“Questo lo so. Ma c’è una ragione?”
“Hai mai visto la testa di tuo padre?”
“Si.”
“E di tuo fratello?”
“Si.”
“Ebbene?”
“Sono calvi.”
“Ecco, bravo. Vedi che ci arrivi da solo. E’ un fattore genetico.”
“Sei sicuro? Non può dipendere da un trauma psicologico subito durante l’adolescenza?”
“E che ne so io. Sono qui da un mese.”
“Vabbè ma non vi tramandate niente fra di voi?”
“So solo che tutto è iniziato ventimila capelli fa.”
“Ventimila capelli fa avevo 18 anni.”
“Infatti. Bei tempi, eh?”
“Già. Sognavo di farmi crescere una chioma folta alla Jim Morrison oppure farmi rasta come Bob Marley. E invece voi avete rovinato tutto”.
“Dai non ci pensare. Mastro Lindo non ti piaceva?”
“Vaffanculo.”
“Su, non fare così. Si dice che gli uomini pelati siano più sexy.”
“Certo. Si dice anche che non esistono più le mezze stagioni.”
“Sean Connery è più bello ora di quando era giovane.”
“Basta!”
“Cercavo di rabbonirti con un pò di luoghi comuni. In qualche modo ti devi rassegnare.”
“Giammai. Sei sicuro che non ci sia niente che possa fermare la vostra caduta? Eppure ho provato di tutto.”
“Si, una cosa c’è”.
“Cosa?”
“Il pavimento.”
“E’ vecchia. Non fa ridere.”
“Cosa vuoi, qui manca il ricambio generazionale.”
“Sei proprio insopportabile.”
“Non è colpa mia. Quassù la vita è un inferno. Con tutte le tue ritrose che ti ritrovi non puoi immaginare lo stress che ci crei.”
“Sono così tremendo?”
“Lo puoi dire forte. Sono sempre a cercare di evitare il tuo pettine assassino. Lo sai che ad ogni pettinata fai una strage?”
“Che vitaccia che fai. Non ti diverti nemmeno un pò?”
“Pochissimo. La sera qualche volta esco e vado in piazza.”
“Quale piazza?”
“La piazza che ti si sta formando sulla tua testa, imbecille.”
“Che Simpatico.”
“Dico davvero. Il week-end invece vado a sciare. Shampoo antiforfora permettendo.”
“La vuoi smettere oppure no? Io volevo solo farti delle domande. Ma non mi sei stato per niente utile.”
“Si ho capito. Ma sei troppo puntiglioso. Vuoi sempre spaccare il capello in quattro.”
“Mi hai rotto le palle.”
“Che ci vuoi fare. Hai un diavolo per capello.”
“Ma pensi davvero di essere spiritoso?”
“Calma cocco, non è colpa mia se sei un pelato represso. E’ bastato un soffio del mio sano realismo per far cadere il tuo misero castello di illusioni. Sei un futuro calvo. Accettalo.”
“…”
“…”
“Ehi ma quel pelo in groppa a quel cane non è tuo zio?”
“Eh? Quale? Dove?”
“Zac.”
“Pazzo! Che cazzo fai?!?”
“Ti ho pettinato.”
“Bastardooo!”
“Tanto prima o poi dovevi cadere, no? Salutami gli acari della moquette, pezzo di merda.”
Pubblicato da Daniele
“Luciano Moggi, il grande cattivo dello scandalo calcio, sale in cattedra, in una scuola di Agropoli, per tenere una lezione; accadrà il 9 febbraio, data in cui l’ex dirigente della Juventus, varcherà la soglia dell’Istituto Tecnico Giambattista Vico, di Agropoli, per tenere una lezione riguardante l’educazione allo sport“.